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Limiti alla diversa definizione giuridica del Fatto secondo interpretazione costituzionalmente orientata

L’art. 521 del nostro codice di rito prevede la possibilità che, in esito all’istruttoria dibattimentale, il Giudice dia al fatto una definizione giuridica diversa da quella enunciata nell'imputazione, a condizione che il reato ravvisato non ecceda la sua competenza e che non sia riservato al tribunale in composizione collegiale anziché monocratica.
Dando per scontati i numerosi arresti giurisprudenziali sul principio di correlazione tra accusa e sentenza, intendiamo soffermare la nostra attenzione sulla necessità - o meno - che della diversa qualificazione giuridica sia informato l’imputato, prima dell’emissione della sentenza, per garantire l’esercizio del diritto di difesa.
La possibilità di qualificare diversamente il fatto contestato all’imputato era riconosciuta al Giudice anche nel Codice del 1930, dall'art. 477, 1° co., ed era intesa come una specifica applicazione del più generale principio della «presunzione di conoscenza della legge penale», come se l'imputato, dopo la contestazione del fatto, avesse l'onere di difendersi da tutte le sue possibili qualificazioni giuridiche.
Spesso la dottrina ha evidenziato le limitazioni che la disciplina dell'art. 477, 1° co., c.p.p. 1930 avrebbe potuto arrecare al diritto di difesa dell'imputato, tanto che durante la stesura del vigente codice di rito il legislatore delegato ha preso in considerazione la possibilità di offrire all'imputato un momento di contraddittorio sulla qualificazione giuridica che il Giudice ritenga di dover attribuire al fatto ricostruito nel corso del dibattimento, ma l'ha consapevolmente scartata, al deliberato scopo di evitare un dispendio di energie processuali definito come «probabilmente eccessivo» (Relazione del progetto preliminare, in G.U., 24.10.1988, n. 250, S.O. n. 2, 119). Da qui la scelta di trasfondere nell'art. 521, 1° co., senza innovazioni di rilievo, i contenuti dell'art. 477, 1° co., c.p.p. 1930.
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