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Dottrina

Mobbing e tutela penale

di Mario Vacirca*

Il termine “mobbing” fu coniato negli anni ’70 dall’etologo Konrad Lorenz per definire un comportamento aggressivo tra soggetti della stessa specie, avente la finalità di escludere uno di essi dal gruppo di riferimento. L’accezione oggi conosciuta di “comunicazione ostile, non etica, diretta in maniera sistematica da parte di uno o più individui generalmente contro un singolo individuo” fu data, invece, dallo psicologo Heinz Leymann. Secondo una categorizzazione diffusa in psicologia si riscontrano tre tipi di azioni mobbizzanti : il mobbing orizzontale, tra soggetti di pari grado; quello verticale discendente (o bossing), ovverosia un’azione condotta da un superiore gerarchico verso un proprio sottoposto, che vede spesso i colleghi del mobbizzato coadiuvare il superiore; ed infine il mobbing verticale ascendente, condotto dai sottoposti verso un proprio superiore.

In linea generale, con questo termine, si intende una serie di azioni di violenza psicologica, tipicamente sul posto di lavoro, volte a emarginare un soggetto, che possono comportare l’isolamento dello stesso, varie maldicenze, persecuzioni di vario genere, critiche sul rendimento, dequalificazione, demansionamento, fino a forme di vero e proprio sabotaggio, il tutto con la finalità di colpirla psicologicamente fino ad indurla alle dimissioni o provocarne il licenziamento, o quantomeno col fine di isolare il lavoratore dal proprio gruppo. Trattasi, dunque, di vera e propria violenza psicologica che colpisce, sotto varie forme, il soggetto sul posto di lavoro.

Il fenomeno del mobbing non ha una specifica tutela dal punto di vista penalistico; ma tale vuoto normativo è stato colmato, almeno apparentemente, da un’evoluzione giurisprudenziale che ha cercato, e vedremo nel prosieguo se correttamente o meno, di superare il ritardo del nostro legislatore.

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Stalking:Tassatività della fattispecie e confini applicativi con i Maltrattamenti in Famiglia

di Carmelo Minnella*
Il delitto di atti persecutori è stato introdotto dall’art. 7 del decreto legge 23 febbraio 2009 n. 11 (convertito in legge 23 aprile 2009 n. 38)1 che punisce «chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di una persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita»2.
In alcune sentenze, la Cassazione, pronunciandosi sulla soglia minima di reiterazione delle condotte necessarie per la consumazione del reato, ha statuito che due episodi di minaccia o molestia sono sufficienti per configurare il delitto di atti persecutori se hanno indotto nella vittima stati di ansia e paura tali da comprometterne il normale svolgimento della quotidianità3.
In altre pronunce la Suprema Corte ha affrontato la punibilità delle incursioni persecutorie attuate attraverso il canale informatico, ritenendo che tra gli atti di molestia integranti il delitto di stalking vanno ricompresi anche la trasmissione dell’indagato, tramite facebook, di un filmato che ritraeva un rapporto sessuale tra lui e la persona offesa. ► Contenuto completo...

Sistemi di videosorveglianza nel condominio e fattispecie del delitto di interferenze illecite

Di recente si è assistito ad un proliferare di sistemi di videosorveglianza, pubblici e privati, che ci rendono costantemente oggetto di sguardi indiscreti da parte di soggetti terzi.
Tale fenomeno, dapprima limitato ad esercizi commerciali o luoghi di particolare interesse, oggi si inserisce nelle dinamiche condominiali. Infatti, sempre più amministrazioni condominiali adottano sistemi di videosorveglianza per monitorare gli spazi comuni dell'edificio e sempre più soggetti risiedenti in condominio utilizzano tali sistemi per la tutela dei propri beni.
Tuttavia, in presenza di una disciplina assai frammentata e non priva di contraddizioni, risulta difficile stabilire il congruo bilanciamento fra esigenze di sicurezza e privacy dei consociati.
Proprio per tali ragioni il Garante della privacy si è più volte cimentato nell'arduo compito di ricostruire i connotati essenziali della materia e, recentemente, ha espressamente auspicato un intervento legislativo in merito.
I capisaldi del sistema possono, tuttavia, essere delineati tramite i Provvedimenti generali del Garante del 29/4/2004 e del 8/4/2010, nonché la relazione annuale del 9/2/2005.
Dall'analisi dei suindicati provvedimenti emerge che l'apposizione di sistema di videosorveglianza privata in aree condominiali è consentita nel rispetto dei principi di liceità, necessità e proporzionalità.
Secondo il principio di liceitàIl trattamento dei dati attraverso sistemi di videosorveglianza è possibile solo se è fondato su uno dei presupposti di liceità che il Codice prevede espressamente per gli organi pubblici da un lato (svolgimento di funzioni istituzionali: artt. 18-22) e, dall’altro, per soggetti privati ed enti pubblici economici (adempimento ad un obbligo di legge, provvedimento del Garante di c.d. "bilanciamento di interessi" o consenso libero ed espresso: artt. 23-27). Si tratta di presupposti operanti in settori diversi e che sono pertanto richiamati separatamente nei successivi paragrafi del presente provvedimento relativi, rispettivamente, all’ambito pubblico e a quello privato.” (Provvedimento generale Garante del 29/4/2004 punto 2.1)
Il principio di necessità postula che venga escluso ogni uso superfluo dei sistemi di videosorveglianza e che vengano evitati eccessi e ridondanze (Provvedimento generale Garante del 29/4/2004 punto 2.2).
Infine, il principio di proporzionalità impone che l'utilizzo di sistemi di videosorveglianza sia commisurato alle effettive esigenze da tutelare evitando la rilevazione di dati in aree o attività che non sono soggette a concreti pericoli, o per le quali non ricorre un’effettiva esigenza di deterrenza.
Statuisce il Garante che “Gli impianti di videosorveglianza possono essere attivati solo quando altre misure siano ponderatamente valutate insufficienti o inattuabili. Se la loro installazione è finalizzata alla protezione di beni, anche in relazione ad atti di vandalismo, devono risultare parimenti inefficaci altri idonei accorgimenti quali controlli da parte di addetti, sistemi di allarme, misure di protezione degli ingressi, abilitazioni agli ingressi.
Non va adottata la scelta semplicemente meno costosa, o meno complicata, o di più rapida attuazione, che potrebbe non tener conto dell’impatto sui diritti degli altri cittadini o di chi abbia diversi legittimi interessi
”. (Provvedimento generale Garante del 29/4/2004 punto 2.3).
Tali principi fondamentali della materia devono essere rispettati da chiunque si accinga ad installare ed utilizzare un sistema di videosorveglianza privata pena l'inutilizzabilità delle captazioni (art 11 Codice Privacy) ed applicazione delle sanzioni penali ed amministrative all'uopo previste (art 615 bis c.p., artt 161 ss.Codice Privacy). ► Contenuto completo...

La causa sopravvenuta

L'art. 41/1 c.p. regola il concorso di fattori causali, preesistenti, concomitanti e sopravvenuti che non escludono il rapporto di causalità perché l'evento è considerato conseguenza certa, o altamente probabile della condotta, secondo la migliore scienza ed esperienza.

Il capoverso dell'art 41 c.p. prescrive, viceversa, che le cause sopravvenute escludono il rapporto di causalità quando sono state da sole sufficienti a determinare l'evento.

Quali sono queste cause?

Si tratta di uno dei temi di maggiore complessità del diritto penale.

In dottrina si è affermato (vedasi Pagliaro Principi di Diritto penale, vol. 1 Milano, 1998 pag.369 ss.) che l'art. 41 comma 2 è da interpretarsi quale eccezione alla regola di cui all'art.41 primo comma allorquando prevede che il concorso di cause preesistenti, simultanee o sopravvenute, anche se indipendenti dall'azione od omissione del colpevole non esclude il rapporto di causalità fra l'azione od omissione e l'evento. Le cause sopravvenute, infatti, configurano una eccezione quando sono state da sole sufficienti a determinare l'evento pur non essendo estranee agli avvenimenti che tolgono all'azione od omissione il carattere di condicio sine qua non dell'evento stesso.

Esse proprio perché condizionano l'evento, devono costituire elementi che, unitamente all'azione od omissione del soggetto, condizionano quest'ultimo e, per ciò, non vanno ricercate in processi causali autonomi rispetto all'azione od omissione del soggetto. I processi causali autonomi comportano, di per sé, per il principio espresso dal primo comma dell'art.41 c.p., l'esclusione del nesso causale.

La dottrina maggioritaria, (riferendosi alla teoria della causalità umana, formulata dall'Antolisei che ritiene la condotta causa dell'evento quando: -A- ne sia conditio sine qua non ; -B- il risultato poteva essere impedito, perché la serie causale rientrava nell'ambito di dominabilità del soggetto) conclude che può essere oggettivamente attribuito all'agente quanto è da lui dominabile, ma non ciò che fuoriesce da questa possibilità di controllo. Pertanto, perché si possa parlare di causa sopravvenuta idonea ad escludere il rapporto di causalità si deve, dunque, trattare di un percorso causale ricollegato all'azione (od omissione) dell'agente che abbia carattere assolutamente anomalo ed eccezionale; ovvero di un evento che non si verifica, se non in casi del tutto imprevedibili a seguito della causa presupposta.

L'argomento è condiviso dalla consolidata giurisprudenza di legittimità, ma l'approdo, comunque, lascia margini per ulteriori riflessioni di natura sistematica al fine di enucleare i termini con cui si individua il fattore eccezionale.

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Il caso fortuito

L'art. 45 c.p. prevede che non è punibile chi ha commesso il fatto per caso fortuito ( o per forza maggiore).

Poichè la norma non chiarisce quale sia il significato da attribuire alla espressione "fortuito", in generale, si può convenire che rientra in tale novero quell'accadimento che è totalmente imprevedibile.

La determinazione, però, del tipo di inferenza del fortuito nel fatto reato è necessaria per meglio comprendere la norma in esame in quanto il semplice riferimento ad un fatto imprevedibile non chiarisce se tale anomalia nel divenire del fatto agisce sul piano dell'azione (condotta) o sul piano soggettivo ( rappresentazione del fatto da parte dell'autore).

Da tale diverso approccio, infatti, conseguono importanti riflessi sul piano dell'applicazione pratica della norma.

Se il fortuito è da considerare una interferenza nell'accadimento naturale delle cose, esso rivela la propria efficacia sul piano del nesso di causalità materiale tra condotta del reo ed evento.

Se, invece, la interferenza del fortuito coincide con la nozione di incolpevole rappresentazione del fatto, l'istituto in esame si pone come clausola di esclusione della colpevolezza (vedasi Bricola, Zagrebrlsky, "Caso Fortuito" in Giurisprudenza sistematica di diritto penale, vol I, edizione II, Torino 1996, pp. 806 ss.).

Tale ultima teoria viene avversata in dottrina sostenendosi che essa trasforma il "fortuito" in un "doppione rovesciato della colpa" (vd. Lattanzi, Lupo, Codice Penale, rassegna di giurisprudenza e di dottrina, vol. 1, libro primo, Milano 2005, pag. 464, 465).

Viceversa, dall'analisi del dato normativo, ed in particolare dell'alinea "non è punibile chi ha commesso il fatto...", il caso fortuito, visto in termini oggettivi, supera lo stesso rapporto tra la condotta e l'evento, intervenendo quell'elemento autonomo che difetta di un legame eziologico (M. Romano, Commentario sistematico del Codice Penale, vol. 1, Milano 1995 pag. 453).

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Legislazione europea antiterrorismo e diritti fondamentali

A seguito degli eventi criminosi dell’11 settembre, l’attività di cooperazione giudiziaria internazionale in tema di lotta al terrorismo ha subìto una notevole accelerazione, poiché ci si è resi conto di essere di fronte ad un fenomeno di così vasta portata da non poter essere represso, in sede giuridica, solamente attraverso documenti settoriali. L’impulso primario al contrasto del terrorismo è stato dato dall’attività legislativa dell’ONU, e specificamente, dal ruolo svolto dal Consiglio di Sicurezza. Quest’ultimo ha, infatti, emanato delle Risoluzioni in materia -dal contenuto estremamente pregnante per gli Ordinamenti penali nazionali- basando la propria competenza sul Capitolo VII dello Statuto dell’Organizzazione che gli conferisce tali poteri in caso di situazioni che minaccino la pace o la sicurezza internazionale.

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Il ne bis in idem europeo.Il medesimo fatto secondo art.54 Convenzione di Schengen

Nel 1985 tredici paesi dell’allora Comunità Europea decisero, mediante la firma dell’Accordo di Schengen, la graduale soppressione dei controlli alle frontiere interne comuni onde favorire un più armonico sviluppo del principio di libera circolazione.
Il Protocollo prevedeva, appunto, l’eliminazione del controllo fisico delle persone al momento dell’attraversamento dei valichi doganali tra Stati membri contraenti il sistema così istituito. Tutto ciò andava comunque espletato sempre nei limiti della sicurezza affidata alla cooperazione tra le forze di polizia dei territori interessati. ► Contenuto completo...

Il fenomeno dell'Elettrosmog nella disciplina penale

In assenza di previsioni normative ad hoc è possibile ottenere tutela in sede penale contro il fenomeno dell'inquinamento da campi elettromagnetici?
Nel mondo moderno costellato da ripetitori telefonici e televisivi ogni individuo è costantemente a contatto con campi elettromagnetici di diverso tipo e intensità. Tali campi magnetici vengono ritenuti potenzialmente nocivi per la salute umana tanto che è apparso opportuno condurre numerose indagini scientifiche sugli effetti che essi hanno.Gli studi condotti sugli effetti delle onde ELF( Extremely low frequenzy con frequenza inferiore a 300 Hz) e suelle ER (Radio frequenzy con frequenza compresa fra 10 Mhz e 300 Ghz) sono di carattere sia epidemiologico, che di laboratorio. ► Contenuto completo...

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Bocca della Verità

LA.P.E.C.

Laboratorio Permanente Esame e Controesame
 
copertina libro teoria generale del reato

"Teoria generale del Reato"

L'opuscolo offre spunti di riflessione relativamente a quanto il Diritto Penale prevede circa la condotta criminale, con riferimenti precisi alla materialità, all'offensività ed alla soggettività del fatto penalmente rilevante.