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Ambiente

L’attenuante del ravvedimento operoso nei reati ambientali

La tutela dell’ambiente in sede penale, oltre all’aspetto sanzionatorio, assicura una elevata protezione del bene giuridico attraverso la predisposizione di attività di recupero del sito oggetto della condotta illecita in conformità alle finalità espresse dal D.Lgs. 03/04 2006 n°152 (Codice dell’Ambiente). Infatti, l’art.192 C.d.A. prevede che “fatta salva l'applicazione delle sanzioni di cui agli articoli 255 e 256, chiunque viola i divieti di cui ai commi 1 e 2 (abbandono e deposito incontrollato di rifiuti sul suolo od immissione di qualsiasi rifiuto nelle acque superficiali o sotterranee n.d.r.) è tenuto a procedere alla rimozione, all'avvio a recupero od allo smaltimento dei rifiuti ed al ripristino dello stato dei luoghi in solido con il proprietario e con i titolari di diritti reali o personali di godimento sull'area, ai quali tale violazione sia imputabile a titolo di dolo o colpa, in base agli accertamenti effettuati, in contraddittorio con i soggetti interessati, dai soggetti preposti al controllo …”. Ne consegue, che nel caso sia accertata la commissione di reati, al condannato è imposto l’onere di ripristino (art. 311 e ss.), o di avviare le procedure di bonifica (art.239 e ss.) allorquando il medesimo non abbia ottemperato a ciò, prima della apertura del dibattimento.
Alla definizione di detti concetti soccorre l’art. 242 C.d.A che individua come “bonifica” l'insieme degli interventi atti ad eliminare le fonti di inquinamento e le sostanze inquinanti od a ridurre le concentrazioni delle stesse presenti nel suolo, nel sottosuolo e nelle acque sotterranee ad un livello uguale o inferiore ai valori delle concentrazioni soglia di rischio (CSR), e specifica che per “ripristino” si intendono gli interventi di riqualificazione ambientale e paesaggistica, anche costituenti complemento degli interventi di bonifica o messa in sicurezza permanente, che consentono di recuperare il sito alla effettiva e definitiva fruibilità per la destinazione d'uso conforme agli strumenti urbanistici.
L’allegato III alla parte VI, inoltre, stabilisce un quadro comune da rispettare per scegliere le misure più appropriate cui l’obbligato deve attenersi per garantire la riparazione del danno ambientale.
Pertanto, in ottemperanza ai sopra indicati principi, (che al comma 1 dell’art. 239 C.d.A. rinvengono la regola generale nell’esplicita indicazione “chi inquina paga”) appare consequenziale a quanto precisato dalle norme, che nel corso del procedimento penale, pur in costanza di sequestro, l’autorità giudiziaria può, ai sensi dell’art. 247 C.d.A. autorizzare l’accesso al sito per l’esecuzione degli interventi di messa in sicurezza, bonifica e ripristino ambientale delle aree, anche al fine di impedire l’ulteriore propagazione degli inquinanti ed il conseguente peggioramento della situazione ambientale.
Nello specifico, invero, l’adempimento delle opere di ripristino o di bonifica costituiscono azioni dirette a circoscrivere, od eliminare, nella immediatezza, i pregiudizi arrecati dalla condotta al bene giuridico tutelato. Orbene, tenuti presenti detti parametri legislativi, in sede di valutazione penale dei succitati comportamenti riparatori, si è posto, quindi, il seguente quesito: Se e quando è configurabile la circostanza attenuante comune di cui all’art. 62 comma 6 c.p. nel caso di condotta riparatrice del danno ambientale prima delle formalità di apertura del dibattimento?
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