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Il concorso di cause

L'art. 41/1 c.p. regola il concorso di fattori causali, preesistenti, concomitanti e sopravvenuti che non escludono il rapporto di causalità perché l'evento è considerato conseguenza certa, o altamente probabile della condotta, secondo la migliore scienza ed esperienza.

Il capoverso dell'art 41 c.p. prescrive, viceversa, che le cause sopravvenute escludono il rapporto di causalità quando sono state da sole sufficienti a determinare l'evento.


E’ ormai principio comunemente accettato, sia in dottrina che in giurisprudenza, che ai sensi dell’art.41 primo comma, il nesso di condizionamento esiste, e la condotta può essere considerata causa di un evento, se non può essere mentalmente eliminata senza che l'evento venga meno. Per quel che concerne l'interpretazione dell'articolo 41 c.p., comma 2, sono noti i termini del dibattito svoltosi su questo argomento (vedasi nella sezione Commenti e Dottrina di Pandette l’intervento dal titolo “ Causa sopravvenuta”) nel quale v’è da segnalare , l’intervento della Corte di Cassazione SS. UU Penali, 10.07.2002 (dep.11.09.2002) n°30328 (in La Tribuna, Riv. Pen. 2003 pag. 247) per cui “Non é consentito dedurre automaticamente dal coefficiente di probabilità espresso dalla legge statistica la conferma, o meno, dell'ipotesi accusatoria sull'esistenza del nesso causale, poiché il giudice deve verificarne la validità nel caso concreto, sulla base delle circostanze del fatto e dell'evidenza disponibile, così che, all'esito del ragionamento probatorio che abbia altresì escluso l'interferenza di fattori alternativi, risulti giustificata e processualmente certa la conclusione che la condotta omissiva del medico è stata condizione necessaria dell'evento lesivo con alto o elevato grado di credibilità razionale o probabilità logica”.
“L'insufficienza, la contraddittorietà e l'incertezza del riscontro probatorio sulla ricostruzione del nesso causale, quindi il ragionevole dubbio, in base all'evidenza disponibile, sulla reale efficacia condizionante della condotta omissiva del medico rispetto ad altri fattori interagenti nella produzione dell'evento lesivo, comportano la neutralizzazione dell'ipotesi prospettata dall'accusa e l'esito assolutorio del giudizio”.


In ordine al problema dell'accertamento del concorso di cause, con particolare riguardo allo specifico settore dell'attività medico-chirurgica, l’evidenziata sentenza delle SS.UU Penali (in La Tribuna, Riv. Pen. 2003 op.cit) rappresenta un approdo significativo per la successiva elaborazione giurisprudenziale.

Per Cass. Sez. IV 12/07/2005 n°25233 (Il Sole 24 Ore, Guida al Diritto, 2005, Dossier/9, pg. 99), che ripercorre, analiticamente, la giurisprudenza sul punto dal lontano 1983 fino all’arresto delle Sezioni Unite, queste ultime, “nel sottolineare la necessità dell'individuazione del nesso di causalità (quale condicio sine qua non di cui agli artt. 40 e 41 del codice penale) in termini di certezza, abbiano inteso riferirsi non alla certezza oggettiva (storica e scientifica), risultante da elementi probatori di per sé altrettanto inconfutabili sul piano della oggettività, bensì alla "certezza processuale" che, in quanto tale, non può essere individuata se non con l'utilizzo degli strumenti di cui il giudice dispone per le sue valutazioni probatorie; certezza che deve essere, pertanto, raggiunta dal giudice valorizzando tutte le circostanze del caso concreto sottoposto al suo esame, secondo un procedimento logico -analogo a quello seguito allorquando si tratta di valutare la prova indiziaria, la cui disciplina è dettata dal secondo comma dell'art. 192 del codice di procedura penale- che consenta di poter ricollegare un evento ad una condotta omissiva "al di là di ogni ragionevole dubbio" (vale a dire, con "alto o elevato grado di credibilità razionale" o "probabilità logica"). Invero, non pare che possa diversamente intendersi il pensiero che le Sezioni Unite hanno voluto esprimere allorquando hanno, testualmente, affermato che deve risultare "giustificata e processualmente certa la conclusione che la condotta omissiva del medico è stata condizione necessaria dell'evento lesivo con alto o elevato grado di credibilità razionale o probabilità logica".

In questo giudizio complessivo, il giudice dovrà verificare, poi, l'eventuale emergenza di "fattori alternativi" che possano porsi come causa dell'evento lesivo, tali da non consentire di poter pervenire ad un giudizio di elevata credibilità razionale ("al di la' di ogni ragionevole dubbio") sulla riconducibilità di tale evento alla condotta omissiva del sanitario. Il giudice, infine, dovrà porsi anche il problema dell'interruzione del nesso causale, per l'eventuale, possibile intervento nella fattispecie di una "causa eccezionale sopravvenuta" - rispetto alla condotta sub iudice del medico - idonea ad assurgere a sola causa dell'evento letale ex articolo 41 c.p., comma 2. Per cui (Cass. Sez. IV 15/04/2008 n°15558 in La Tribuna, Rivista Penale, 2009, 3, pg. 369). “l'insufficienza, la contraddittorietà e/o l'incertezza del riscontro probatorio sulla ricostruzione del nesso causale e, quindi, il ragionevole dubbio sulla reale efficacia condizionante della condotta omissiva del medico, rispetto ad altri fattori interagenti o eccezionalmente sopravvenuti nella produzione dell'evento lesivo, non potrà che importare una conclusione liberatoria”. Conforme, Cass. Sez. IV 12/04/2006 n° 12894 (Il Sole 24 Ore, Guida al Diritto, 2006, 23, pg. 99).

V’è, però, da annotare con Cass. Sez. IV 10/01/2008, n. 840 (Ipsoa Il Quotidiano Giuridico - Quotidiano di informazione e approfondimento giuridico del 31/01/2008 con commento di G. Amato ) che “bisogna evitare di generare confusione tra il reato omissivo e le componenti omissive della colpa ( i casi del medico che adotta una terapia errata -e quindi omette di somministrare quella corretta-, o che dimette anticipatamente il paziente -e quindi omette di continuare a curarlo in ambito ospedaliero- non rientrano nella causalità omissiva, ma in quella attiva” … “rientra nella causalità omissiva il medico che omette proprio di curare il paziente o che rifiuta di ricoverarlo) in quanto, nei casi di causalità commissiva il giudizio controfattuale è differente dovendosi chiedere se considerando come non avventa quella condotta l’evento si sarebbe verificato comunque”.


E’ consolidato l'orientamento che il principio del concorso di cause stabilito dal codice penale si applichi alla responsabilità civile in quanto la norma dell'art. 41 c.p. è considerata norma di carattere generale ( Cass. Sez. UU Penali 10/02/2002 n°30328 cit)

Il procedimento relativo all'accertamento della sussistenza di nesso causale tra una condotta ed un evento produttivo di danno è, infatti, connotato dalle seguenti scansioni: a) individuazione delle cause dell'evento in base ai noti criteri in tema di regolarità causale; b) se esistono più cause, l'evento sarà considerato eziologicamente riconducibile a tutte in virtù del principio dell'equivalenza causale (art. 41, comma 1, c.p., applicabile anche in campo civile), a meno che la causa prossima non sia stata da sola sufficiente a determinarlo (art. 41 comma 2, c.p.); ne consegue che solo quando risulti positivamente accertata la determinante efficienza causale di una concausa deve escludersi il nesso causale tra le altre concause e l'evento (Cass civ. Sez. III 15/01/2003 n°488 in Il Sole 24 Ore, Guida al Diritto, 2006, 42, pg. 34, annotata da E. Sacchettini).

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